I confini di Pasqua

Mario Rigoni Stern, l’alpino scrittore, le cose le sapeva. Aveva una vista acuta, come in questo passaggio nella Storia di Tönle – L’anno della vittoria. Siamo in piena Grande guerra, nel 1915. Si parla di aeroplani e di confini. Oggi è Pasqua, e voglio condividere questo pensiero del grande Stern.

“Un giorno il nipote di Tönle, al ritorno dalla scuola, andò subito nel bosco del Hano per raccontare al nonno che il poeta Gabriele D’Annunzio, ora comandante, era volato con quegli aeroplani fin sopra la città di Trento, e lì aveva sopra i palazzi un biglietto e la bandiera italiana.

Al sentire il racconto Tönle crollava la testa e tirava forte la pipa: aveva visto quei grossi uccelli volare con rumore sopra l’Ass, era la prima volta, e allo stupore si accompagnava il dispetto: erano pur sempre marchingegni diabolici per fare la guerra e chissà quante lire costavano e quanta farina per polenta si sarebbe potuta comperare per sfamare la gente, o quante pecore. E se per loro c’erano i confini a che cosa servivano se con gli aeroplani potevano passarci sopra?

E se non c’erano i confini in aria, perché dovevano esserci sulla terra?

E in questo per loro intendeva tutti quelli che i confini ritenevano cosa concreta o sacra: ma per lui e quelli come lui, e non erano poi tanto pochi come potrebbe sembrare ma la maggioranza degli uomini, i confini non erano mai esistiti se non come guardie da pagare o gendarmi da evitare. Insomma se l’aria era libera e l’acqua era libera doveva essere libera anche la terra“.

 

Una fuga d’altri tempi nella Legione straniera

Una vita da romanzo avventuroso quella vissuta da Gino Giovanardi, di Borgo Virgilio, in provincia di Mantova. Per la precisione di San Cataldo, luogo dal quale è scappato a soli 18 anni. Luglio 1955, stagione dal sapore lontano e di rinascita economica per l’Italia. Eppure a Gino non va di restare e decide di partire per Marsiglia. L’obiettivo è arruolarsi nel corpo militare d’élite dell’esercito francese: la Legione straniera.

Militari della Legione francese

Militari della Legione francese

Sul momento può sembrare una ragazzata, nel tempo si rivela una vera e propria fuga da un mondo rurale e contadino che forse stava troppo stretto a Gino. È il fratello Lucio, a distanza di anni, ad aprire il libro dei ricordi. A dare il là alla partenza «ci ha pensato un amico di Gino, che gli ha messo in testa l’idea di partire e di arruolarsi» ricorda il fratello. Prima di salpare per Marsiglia, il futuro legionario è garzone di bottega nella storica farmacia Al Pozzo di via Corridoni. Un aneddoto raccontato dal fratello, vuole che Gino sia stato «tra gli ultimi a portare le scorte di ossigeno all’indimenticato Tazio Nuvolari». All’arrivo nella città francese l’amico di Gino viene scartato. Il teatro per selezionare le reclute è tra i più duri e crudi della Francia. Si tratta del Castello d’If, una fortificazione che sorge nell’arcipelago delle Frioul nel golfo di Marsiglia. In passato una prigione, resa famosa dal celebre romanzo Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas.

Dopo due giorni, l’imbarco. Direzione: Algeria, porto della città di Orano. Un luogo suggestivo, per decenni fulcro dei traffici commerciali marittimi nel Mediterraneo e dell’incontro tra due mondi, quello francese e quello berbero. Sul finire dell’ottocento la città è di fatto il centro nordafricano con la più alta percentuale di popolazione europea. Ma dopo una settimana passata qui, le matricole dell’esercito si trasferiscono nella roccaforte della Legione straniera francese: Sidi Bel Abbes. Assegnato alla settima compagnia, Gino per più di un anno non fa avere sue notizie a casa. Per questo motivo il padre, preoccupato, convince il parroco, l’unico in grado di parlare francese a San Cataldo, a partire per Marsiglia. Un viaggio inutile che lascia l’amaro in bocca a entrambi. Dopo due giorni di vane ricerche il fratello e il parroco si rassegnano a riprendere la strada per Mantova.

Quando le speranze sembrano ormai perse, ecco che iniziano ad arrivare le prime lettere, che il fratello mostra alla Gazzetta, con cui Gino racconta l’estrema durezza della vita da legionario. «Ogni mattina marciamo per cinquanta chilometri addentrandoci in territorio algerino con un sacco in spalla da quaranta chili. Il nostro equipaggiamento è formato da una tuta mimetica, armi, telo da tenda, borracce, cibo per sopravvivere due giorni e altri suppellettili». Un nodo alla gola viene al fratello Lucio, che al momento della fuga di Gino aveva nove anni, nel raccontare la vicenda. «Mi chiamava mostrin in modo affettuoso».

Insieme alle lettere arrivano anche le prime fotografie dalla guerra: popolazioni berbere e scene quotidiane di fratelli in armi. Sullo sfondo la guerra d’Algeria, terminata nel 1962.

In ottobre, il ritorno a San Cataldo di Gino, dopo sette lunghi anni tra addestramento e combattimenti. Neanche il tempo di riabbracciare la famiglia e arriva una nuova lettera con la richiesta di tornare in uniforme. Questa volta non per i francesi, ma per l’Esercito italiano che considera Giovanardi un disertore perché a 18 anni è scappato senza fare il servizio di leva. Così passano altri due anni via da casa, nelle fila delle armate italiane. «Ricorderò sempre – dice il fratello – la scena di quando mio fratello faceva la doccia. Sempre gelata, anche d’inverno. Collegava una canna alla vasca dove si abbeveravano le mucche e si lavava così».

Dopo questi interminabili nove anni spesi tra la Francia, l’Algeria e il servizio di leva, Gino si dedica al paracadutismo. Al Migliaretto di Mantova, ma anche al Dragoncello di Poggio Rusco. Luogo, questo, del suo ultimo lancio. Una caduta e una brutta ferita lo costringono ad abbandonare questa passione.

Gino Giovanardi è scomparso nel 2009 e gli ultimi nove anni della sua vita gli ha passati in sedia a rotelle. Il fratello, fiero, descrive questo periodo. «Gli anni da infermo non l’hanno mai portato alla depressione. E mi sono sempre chiesto come è stato possibile per uno che ha sfidato la morte più e più volte».

(al.po)